Relazione sull’anoressia
a cura di Giorgia Francesca Miani
“L’anoressia non è solo una malattia del cibo, ma una grammatica del dolore. È il corpo che parla quando la parola si rompe.”
Prof. Umberto Nizzoli
Indice dei contenuti
Introduzione
Aspetti psicopatologici dell’anoressia
Le fasi del processo di guarigione
“Sante anoressiche”: spiritualità e ribellione silenziosa
Famiglia e sintomo: voci che non si ascoltano
Approcci terapeutici: relazione, nutrizione, psicoterapia
Testimonianze cliniche: Kristina e altre voci
Testimonianza personale
Anoressia e cultura digitale
Il corpo come campo di battaglia: anoressia e genere
Spiritualità laica e simbolismo del sintomo
Le fasi del recupero: attraversare la guarigione
Educazione e prevenzione
Anoressia nell’arte, nella letteratura e nel cinema
L’anoressia maschile: il grande rimosso
Riflessione personale finale: cosa ho imparato da questo lavoro
1. Introduzione
L’anoressia nervosa è una delle patologie psichiatriche più gravi e complesse dell’età evolutiva e giovanile. Il suo tasso di mortalità è tra i più alti in psichiatria, e la sua incidenza è in crescita costante, soprattutto tra adolescenti e giovani donne. Tuttavia, l’anoressia non si riduce a una semplice difficoltà alimentare. È un disturbo dell’identità, un linguaggio simbolico che si esprime attraverso il corpo, una forma estrema di autodisciplina che spesso si trasforma in punizione.
Secondo il DSM-5-TR, i criteri diagnostici dell’anoressia includono la restrizione dell’assunzione calorica che porta a un peso corporeo significativamente basso, una intensa paura di ingrassare e una percezione distorta della propria immagine corporea. Tuttavia, queste descrizioni tecniche non colgono il vissuto profondo che caratterizza la sofferenza anoressica. Il corpo non è solo oggetto di controllo: è la sede dove si giocano le tensioni tra autonomia e dipendenza, identità e riconoscimento, dolore e silenzio.
Umberto Nizzoli, psicologo specialista in psicologia clinica e specialista in psicoterapia, psicologo clinico e psicoterapeuta italiano, considera l’anoressia una “malattia del significato”. Il rifiuto del cibo è solo il segnale esterno di un conflitto interno molto più vasto. La perdita di peso non è fine a se stessa: è l’espressione di una volontà estrema di padronanza, coerenza, purezza, ma anche un tentativo disperato di trovare una forma di salvezza in un mondo vissuto come caotico, invadente o emotivamente vuoto.
Questo saggio intende approfondire l’anoressia nervosa non solo come patologia clinica, ma come fenomeno complesso che coinvolge la cultura, la famiglia, la spiritualità, il genere, la tecnologia e l’intera esperienza dell’esistere. Il lavoro integra i contributi teorici di Umberto Nizzoli, dati scientifici, osservazioni cliniche e riflessioni personali per costruire un quadro articolato e profondo del disturbo.
2. Aspetti psicopatologici dell’anoressia
La psicopatologia dell’anoressia nervosa è caratterizzata da una combinazione di fattori cognitivi, emotivi, relazionali e comportamentali. L’elemento centrale è il controllo. La paziente anoressica sviluppa una forma estrema di autocontrollo che si manifesta nel cibo, nella routine, nel corpo, nelle emozioni. Questo controllo non è semplicemente una forma di disciplina, ma un’illusione di stabilità in un mondo interno percepito come instabile, minaccioso o privo di senso.
Tra i tratti di personalità frequentemente associati all’anoressia troviamo il perfezionismo, la rigidità cognitiva, la bassa autostima, l’introversione, la tendenza all’auto-svalutazione e una forte sensibilità alle aspettative esterne. Molte pazienti sono figlie “perfette”: ottime a scuola, educate, responsabili. Il sintomo arriva come uno strappo improvviso, ma è in realtà il risultato di una tensione interna che si è accumulata nel tempo.
Nizzoli sottolinea che “la fame non viene negata, viene sublimata”. Il rifiuto del cibo è un modo per affermare la propria autonomia, per differenziarsi, per sentirsi finalmente “qualcosa”, anche se nel dolore. La magrezza diventa un ideale non tanto estetico, quanto morale: magra è pura, forte, coerente. Il corpo diventa il luogo dove si incarna una filosofia esistenziale.
L’anoressia è anche una malattia dell’orgoglio. La paziente non chiede aiuto perché ammettere il bisogno è sentito come una debolezza. Preferisce soffrire in silenzio, chiudersi nel proprio rituale, proteggersi dal mondo che non capisce. In questa dinamica, il sintomo diventa paradossalmente funzionale: dà identità, struttura, orientamento.
Graf. 1.
Il grafico mostra l’aumento della prevalenza dell’anoressia nervosa in Italia e in Europa tra il 2000 e il 2025. Si osserva un incremento costante, con un’accelerazione marcata negli ultimi anni. I dati indicano un’impennata nei casi tra adolescenti e giovani donne, attribuita a fattori socio-culturali, pressioni estetiche, esposizione ai social media e isolamento emotivo post-pandemia. Il grafico evidenzia come il disturbo stia diventando un’emergenza clinica e sociale, richiedendo una risposta terapeutica integrata e una maggiore attenzione alla prevenzione precoce.
3. Le fasi del processo di guarigione
Guarire dall’anoressia non significa solo ricominciare a mangiare. Significa ricostruire un’identità, affrontare il dolore, trovare nuove modalità per stare nel mondo. È un percorso lungo, fatto di progressi e ricadute, che può durare anni.
Il modello delle fasi del cambiamento di Prochaska e DiClemente, adattato da Nizzoli al trattamento dell’anoressia, prevede cinque passaggi fondamentali:
- Precontemplazione: la paziente non è consapevole del problema, o lo nega. Si sente bene nella propria disciplina e spesso si rifiuta di iniziare un percorso
- Contemplazione: emergono i primi La paziente comincia a percepire le conseguenze del sintomo, ma è ancora fortemente ambivalente.
- Preparazione: la persona inizia a esplorare il cambiamento, accetta di farsi aiutare, cerca un equilibrio tra il sintomo e nuove abitudini.
- Azione: si mettono in atto comportamenti nuovi, si lavora sulla relazione col cibo e sul riconoscimento delle emozioni.
- Mantenimento: si consolidano i cambiamenti, si rafforza l’autonomia, si prevengono le
- Ogni fase richiede un intervento terapeutico diverso, calibrato sul livello di consapevolezza e resistenza della Nizzoli scrive che “la guarigione non è mai un evento, ma una serie di piccoli atti quotidiani che rimettono il corpo e l’anima in dialogo”.
4. “Sante anoressiche”: spiritualità e ribellione silenziosa
Nel Medioevo, alcune figure femminili come Santa Caterina da Siena e Santa Chiara digiunarono per avvicinarsi a Dio. Nizzoli paragona le ragazze anoressiche moderne a queste “sante laiche”, che usano il digiuno come mezzo di salvezza, ma anche come forma di ribellione.
La spiritualità anoressica non è necessariamente religiosa. È una forma di purezza, di trascendenza, di disciplina estrema. Il cibo viene rifiutato come simbolo del mondo materiale, del bisogno, della debolezza. Il corpo magro diventa un tempio, un gesto estetico ed etico.
In un mondo che impone visibilità, consumo, desiderio, l’anoressica sceglie il silenzio, la sottrazione, la scomparsa. Non per morire, ma per vivere secondo regole proprie. Questa “mistica del controllo” può sembrare patologica, ma ha una sua logica interna, profonda, che va accolta nella terapia.
5. Famiglia e sintomo: voci che non si ascoltano
La famiglia non è la causa dell’anoressia, ma è quasi sempre il contesto in cui essa prende forma e significato. Il sintomo spesso rappresenta un messaggio, un grido che prende corpo quando le parole non bastano. In molte famiglie colpite da DCA, si osservano dinamiche di controllo, idealizzazione, evitamento emotivo o iper- protezione.
Nizzoli scrive che “il sintomo anoressico è un linguaggio che la famiglia spesso non comprende”. Non si tratta di accusare i genitori, ma di renderli consapevoli del loro ruolo nel sistema relazionale. La terapia familiare serve non solo a sostenere la paziente, ma a trasformare le dinamiche comunicative e affettive del gruppo familiare.
Tab. 1.
Questa tabella mette a confronto due modelli culturali opposti che si diffondono online. I contenuti Pro-Ana promuovono il digiuno, il senso di colpa dopo aver mangiato, l’ipercontrollo e la magrezza estrema come obiettivo di valore morale. Al contrario, il movimento Body Positivity propone un messaggio di accettazione del corpo in tutte le sue forme, valorizzando la diversità corporea, la salute mentale e l’identità autentica. Il confronto aiuta a comprendere il rischio educativo di alcune comunità digitali e la necessità di contrastare i messaggi tossici con narrazioni più sane e inclusive.
6. Approcci terapeutici: relazione, nutrizione, psicoterapia
L’anoressia nervosa non si cura con un unico strumento. È necessaria una presa in carico integrata che coinvolga diverse figure professionali: psicoterapeuta, medico nutrizionista, psichiatra, infermiere, educatore, e spesso anche la famiglia. Questo approccio multidisciplinare è fondamentale per gestire la complessità del disturbo e rispondere ai diversi livelli del disagio.
Secondo Umberto Nizzoli, “non guarisce il protocollo, guarisce la relazione”. Il fulcro del trattamento è la costruzione di una relazione terapeutica autentica, dove la paziente si senta ascoltata, rispettata, accolta. Non basta somministrare un piano alimentare o lavorare sui pensieri distorti: serve un legame stabile, sicuro, che consenta alla persona di abbandonare progressivamente il sintomo senza sentirsi in pericolo.
Sul piano nutrizionale, è necessario un lavoro progressivo di rieducazione alimentare. La paziente va aiutata a recuperare un rapporto non colpevole col cibo, evitando imposizioni rigide. La figura del nutrizionista, se ben integrata nel team terapeutico, può contribuire a creare un clima meno ansiogeno intorno al pasto.
Quando indicata, la terapia farmacologica può supportare il lavoro psicologico, soprattutto in presenza di sintomi depressivi gravi, ossessioni, ansia paralizzante o compulsioni. I farmaci da soli non curano l’anoressia, ma possono facilitare la ripresa quando usati correttamente.
Infine, la terapia familiare, in particolare nei soggetti in età adolescenziale, è spesso decisiva. Attraverso il dialogo con genitori e fratelli si possono modificare equilibri disfunzionali e aprire spazi nuovi per l’affetto e la responsabilità condivisa.
7. Testimonianze cliniche: Kristina e altre voci
Nizzoli, nei suoi articoli clinici e conferenze, ha spesso portato testimonianze dirette di pazienti, mostrando come la cura passi prima di tutto attraverso l’ascolto. Una delle più emblematiche è la storia di Kristina: una ragazza che ha vissuto per anni immersa nel sintomo, in un alternarsi di ricoveri, ricadute, silenzi e lotte interiori.
Kristina era brillante, studiosa, educata, sempre sorridente. Nessuno avrebbe pensato che potesse soffrire. E invece, dietro quella maschera, c’era un dolore profondo. Il sintomo era diventato la sua identità: “Se non sono anoressica, non sono nessuno”, diceva. Ma grazie a una lunga relazione terapeutica basata sulla fiducia, sulla pazienza e sull’autenticità, è riuscita a riappropriarsi della propria voce.
Oggi Kristina lavora in un centro per disturbi alimentari e aiuta altre ragazze a uscire dal buio. La sua storia è una dimostrazione di quanto la guarigione sia possibile, ma anche lunga, faticosa, fatta di piccoli passi.
Ogni paziente ha una storia diversa. Alcune parlano, altre no. Alcune lottano apertamente, altre si nascondono dietro la docilità. Il compito del terapeuta non è quello di “curare” in senso tecnico, ma di essere presente. Come scrive Nizzoli: “In fondo, chi guarisce davvero non è chi cambia comportamento, ma chi riesce a non sentirsi più sola”.
8. Testimonianza personale
Scrivere di sé è difficile, ma necessario. Ho deciso di raccontare una parte della mia storia, perché il tema dell’anoressia mi tocca in modo diretto. Non sono mai stata diagnosticata ufficialmente, ma per anni ho avuto un rapporto malato con il mio corpo, con il cibo, con la mia identità.
Tutto è iniziato quando avevo sedici anni. Pesavo più della media e i commenti degli altri, anche detti “per scherzo”, mi facevano vergognare. Così ho iniziato a restringere. All’inizio era solo attenzione. Poi è diventata ossessione. Mi pesavo ogni giorno, contavo tutto, evitavo di uscire per non trovarmi in situazioni in cui avrei dovuto mangiare. Vivevo con l’ansia e la sensazione costante di non essere mai abbastanza.
La cosa peggiore era che tutti mi facevano i complimenti. “Sei dimagrita, stai benissimo!”. Nessuno vedeva che dietro c’era dolore, fame, solitudine. Il mio corpo era diventato una gabbia. Per anni ho alternato fasi di ipercontrollo e momenti di crisi, in cui cedevo e poi mi odiavo.
Non ho mai fatto un percorso clinico vero e proprio. Ho avuto la fortuna di parlare con una psicologa a scuola, che mi ha aiutata a vedere quello che stava succedendo. Lentamente, ho cominciato a riconciliarmi con me stessa. Oggi non sono “guarita” in senso pieno, ma sono in cammino. E so che posso chiedere aiuto, che posso valere anche senza punirmi.
Racconto tutto questo perché credo che la vergogna uccida più della fame. E spero che chi legge possa riconoscersi, e sentire che non è solo.
9. Anoressia e cultura digitale
Oggi la relazione tra immagine corporea e identità è strettamente connessa ai social media. Instagram, TikTok e altre piattaforme sono spazi in cui si costruisce la propria visibilità attraverso il corpo. Questo è particolarmente vero per le ragazze adolescenti, che vedono in modelli irraggiungibili di bellezza e magrezza un criterio per sentirsi accettate.
I contenuti cosiddetti “Pro-Ana” sono un esempio emblematico di come la rete possa diventare veicolo di messaggi pericolosi. Su forum e pagine nascoste, si scambiano consigli per digiunare, ingannare i familiari, nascondere i sintomi. Ma ciò che colpisce è la dimensione “relazionale” di questi spazi. Le ragazze non si limitano a parlare di peso: costruiscono identità alternative, comunità, gerarchie. Il sintomo viene mitizzato.
Nizzoli, insieme ad altri esperti, ha partecipato a una ricerca sul fenomeno Pro- Ana promossa dall’AUSL di Reggio Emilia. Il risultato è stato allarmante: queste pagine, anche se apparentemente marginali, raggiungono centinaia di migliaia di visualizzazioni, soprattutto tra minori.
Ma non tutto è negativo. Esistono anche contenuti “Body Positivity” che promuovono l’accettazione del corpo, la diversità, il benessere psicofisico. La differenza sta nella narrazione. Mentre il messaggio Pro-Ana si basa sulla colpa e sulla punizione, quello Body Positive si fonda sulla compassione e sulla libertà.
Graf. 2.
Il secondo grafico rappresenta lo schema delle cinque fasi della guarigione nel trattamento dell’anoressia: negazione, ambivalenza, attivazione, trasformazione, mantenimento. Utilizzato per visualizzare il percorso psicoterapeutico individuale, evidenziando le fasi cruciali dell’accompagnamento clinico e relazionale.
10. Il corpo come campo di battaglia: anoressia e genere
L’anoressia colpisce prevalentemente donne. Questa non è una casualità, ma un dato che va letto alla luce del rapporto tra corpo e genere. Fin dalla pubertà, il corpo femminile è sottoposto a giudizio, controllo, oggettivazione. La società spinge le ragazze a conformarsi a un ideale spesso irraggiungibile: magre, lisce, giovani, perfette.
Nizzoli osserva che molte pazienti vivono la femminilità come una condanna. Con la magrezza, eliminano curve, mestruazioni, desiderio. Diventano “neutre”, fuori dallo sguardo maschile. È un modo per proteggersi, ma anche per protestare.
L’anoressia può essere letta anche come una forma di potere femminile deviato. La ragazza non accetta di essere “guardata”, quindi svanisce. Non vuole sedurre, ma scomparire. In questo senso, il sintomo è una forma di controllo su un corpo che altrimenti sarebbe controllato da altri.
Va detto che anche i ragazzi soffrono di disturbi alimentari, ma in modo diverso. Spesso inseguono la muscolosità, l’efficienza, il dominio fisico. In entrambi i casi, il corpo diventa linguaggio. Ma per le donne, il rapporto è ancora più intimo, doloroso, culturale.
11. Spiritualità laica e simbolismo del sintomo
Molte pazienti anoressiche non si considerano religiose. Eppure, nel loro rapporto con il corpo e con il sintomo, emergono elementi profondamente spirituali. Il digiuno, la rinuncia, la disciplina, la purezza: sono concetti che ricordano la mistica, l’ascesi, la ricerca di una salvezza non materiale.
Nizzoli parla di “spiritualità laica”: un bisogno di senso, di coerenza, di elevazione. L’anoressica non vuole solo essere magra: vuole essere diversa, superiore, invulnerabile. Il corpo magro diventa simbolo di controllo assoluto, di distacco dalle emozioni, di dominio sul bisogno.
Il sintomo, quindi, assume un significato simbolico. Non si mangia perché si rifiuta il mondo. Non si ingrassa perché si ha paura di vivere. Non si desidera perché si teme di essere ferite. Ogni gesto alimentare è carico di messaggi impliciti, che vanno decifrati con delicatezza.
Il compito del terapeuta non è cancellare questi significati, ma trasformarli. Bisogna aiutare la paziente a trovare nuovi modi per sentirsi viva, coerente, speciale. Spesso, l’arte, la scrittura, il volontariato, la natura, diventano alternative sane per esprimere quella stessa tensione verso l’alto, verso il senso, che prima si incanalava nel controllo del corpo.
12. Le fasi del recupero: attraversare la guarigione
Guarire dall’anoressia non è come spegnere un interruttore. È un viaggio lungo, pieno di ricadute, dubbi, paure. Ogni passo avanti può essere seguito da un passo indietro. Per questo, è fondamentale non misurare il progresso solo con la bilancia o il numero di pasti, ma anche con la qualità della relazione con sé stesse.
Nizzoli descrive la guarigione come un “attraversamento”: un passaggio lento, in cui la persona deve disimparare ciò che ha appreso attraverso il sintomo, per apprendere nuove modalità di stare nel mondo.
Tra le fasi più delicate c’è il momento in cui la persona inizia a mangiare di nuovo. Paradossalmente, è lì che si sente più fragile. Il sintomo dava sicurezza. Senza di esso, bisogna confrontarsi con il vuoto, con la paura, con l’identità. È qui che la relazione terapeutica deve farsi più intensa, più solida, più umana.
Molte pazienti raccontano che il momento più importante è stato quello in cui qualcuno ha creduto in loro, anche quando loro avevano smesso di farlo. Il recupero non è mai lineare, ma è possibile. Serve tempo, ascolto, autenticità.
13. Educazione e prevenzione
Prevenire i disturbi del comportamento alimentare è possibile, ma richiede interventi culturali, educativi, sociali. La scuola è un luogo fondamentale. Gli insegnanti possono cogliere segnali precoci: il ritiro sociale, l’iper-perfezionismo, l’ossessione per il cibo o per l’aspetto. Ma per farlo, serve formazione.
Serve anche parlare di emozioni, di fallimenti, di diversità. I ragazzi devono sapere che non esiste un corpo giusto, ma un corpo vissuto. I social media, se usati con consapevolezza, possono diventare strumenti di promozione della salute, ma serve educazione digitale, alfabetizzazione affettiva.
Le famiglie devono essere coinvolte, ma senza colpevolizzazioni. Devono imparare a comunicare, ad ascoltare, a non ridurre tutto al cibo o al peso. I centri di cura devono essere più accessibili, con tempi di attesa brevi e équipe specializzate. Servono investimenti, ma anche un cambiamento culturale.
Prevenire significa educare alla complessità. Significa dire ai ragazzi che il dolore si può attraversare, che non devono essere perfetti, che valgono anche se sbagliano. È questo il messaggio più rivoluzionario di tutti.
14. Anoressia nell’arte, nella letteratura e nel cinema
L’anoressia, intesa non solo come patologia ma come linguaggio del corpo, è stata spesso rappresentata in opere d’arte, romanzi e film. L’arte ha il potere di dare forma al dolore, di renderlo visibile, e nel caso dell’anoressia ha più volte scelto il corpo come campo di battaglia simbolico.
Nel cinema, Il cigno nero di Darren Aronofsky racconta la discesa psichica di una ballerina perfetta e fragile, che perde il contatto con il corpo e la realtà. La protagonista, interpretata da Natalie Portman, mostra tutti i segni di una tensione anoressica: perfezionismo, controllo, sacrificio, paura di crescere.
Nel film To the Bone (2017), la giovane protagonista Ellen è una ragazza anoressica in terapia, interpretata da Lily Collins, attrice che ha realmente sofferto del disturbo. Il film ha ricevuto critiche e apprezzamenti per il modo realistico in cui affronta la malattia, senza romanticizzarla ma senza demonizzarla.
Letterariamente, romanzi come Wintergirls di Laurie Halse Anderson, o La lunga attesa dell’angelo di Dacia Maraini, affrontano il tema della fame, della disciplina e della femminilità ferita. Virginia Woolf, pur non affrontando direttamente l’anoressia, ha esplorato nei suoi scritti il rapporto tra corpo, dolore e invisibilità.
Nell’arte performativa, artiste come Marina Abramović e Gina Pane hanno usato il corpo come linguaggio espressivo estremo, mettendo in scena la fame, il dolore fisico, la rinuncia. Abramović, in particolare, in opere come Rhythm 0, ha mostrato quanto il corpo possa diventare simbolo, sacrificio, grido.
Queste opere non offrono “spiegazioni” sull’anoressia, ma la mettono in scena, la rappresentano, la fanno sentire. E proprio per questo possono diventare strumenti educativi e terapeutici. Guardare un film, leggere un libro, osservare un’opera può aiutare a riconoscersi, a sentirsi meno soli, a iniziare a parlare.
15. L’anoressia maschile: il grande rimosso
Quando si parla di disturbi alimentari, si pensa quasi sempre alle donne. L’anoressia sembra una “malattia femminile”. Eppure, anche i ragazzi ne soffrono. Solo che se ne parla poco. È una sofferenza silenziosa, invisibile, spesso negata, anche dai diretti interessati.
I dati ci dicono che circa il 10-15% delle persone anoressiche sono di sesso maschile. Una cifra probabilmente sottostimata, perché molti uomini non chiedono aiuto, o ricevono diagnosi errate. La cultura maschile, infatti, non consente facilmente di parlare di fragilità, di paura, di controllo corporeo vissuto come ossessione.
L’anoressia nei ragazzi assume forme simili, ma anche diverse. Spesso è legata al desiderio di controllo, di dominanza, di invisibilità. In alcuni casi si manifesta come ossessione per il “fisico perfetto”, la definizione muscolare, l’eliminazione del grasso corporeo, con un legame diretto alla vigoressia.
A volte il rifiuto del corpo è collegato a conflitti legati all’identità sessuale o di genere. Altre volte è il risultato di aspettative familiari o culturali che impongono la forza, il silenzio, la competitività. Il ragazzo anoressico, allora, vive una doppia invisibilità: non solo il corpo che si restringe, ma anche lo sguardo sociale che non lo vede.
È fondamentale che anche i maschi siano inclusi nei programmi di prevenzione, nelle campagne di sensibilizzazione, nei protocolli di cura. L’anoressia non ha genere: ha dolore. E il dolore non va mai ignorato.
16. Riflessione personale finale: cosa ho imparato da questo lavoro
Scrivere questo saggio è stato per me molto più che un compito universitario. È stato un viaggio dentro una sofferenza collettiva e personale. Ho letto, ascoltato, ricordato. Mi sono emozionata. Ho risentito nelle parole delle pazienti le paure che ho avuto anch’io. Ho scoperto che l’anoressia non è solo un disturbo: è una forma estrema di linguaggio, un bisogno di essere visti, una domanda di senso.
Ho imparato che dietro ogni sintomo c’è una storia. E che la cura non è solo una tecnica, ma un incontro. Che nessuno guarisce da solo. Che anche il silenzio ha voce. E che chi si ammala, in fondo, sta cercando un modo per sopravvivere. L’anoressia non è solo un disturbo alimentare. È un modo di vivere il mondo, di reagire al dolore, di cercare un senso. Non basta curare il sintomo: bisogna ascoltare il grido che esso esprime. Dietro ogni gesto anoressico c’è una domanda: “Mi vedi? Mi ascolti? Posso essere amata anche così?”.
Nizzoli parla spesso di “clinica dell’anima”. Una cura che non si accontenta di eliminare il comportamento, ma che si interessa alla persona. Che accoglie anche il silenzio, che non forza, che non impone. Una cura che rispetta la complessità del sintomo e la profondità del vissuto. Porto con me la convinzione che ogni ragazza o ragazzo che attraversa il buio dell’anoressia meriti ascolto, rispetto e tempo. E che il cambiamento, anche quando sembra impossibile, è sempre possibile.
Mi piacerebbe, un giorno, poter aiutare davvero. Non solo come futura psicologa, ma come essere umano che ha imparato a non voltarsi dall’altra parte.
Bibliografia
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Nizzoli, U. (s.d.). Approfondimenti, saggi e materiali clinici. Sito ufficiale: www.umbertonizzoli.it
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Orbach, S. (1978). Il corpo invaso: la psicologia dell’anoressia e della bulimia. Feltrinelli.
Prochaska, J. O., & DiClemente, C. C. (1992). Stages of Change in Addiction and Behavior Modification. Journal of Consulting and Clinical Psychology.
Woolf, V. (1929). Una stanza tutta per sé. [Opere selezionate].
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