Consulenze Tecniche d’Ufficio (CTU) e violenza domestica: perché nel diritto di famiglia non si può prescindere dal passato
Derubricare la violenza domestica a “semplice conflittualità familiare” in sede di Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) è un errore metodologico che ignora le evidenze neuroscientifiche sullo sviluppo neurobiologico del/della bambino/a. Eppure la cosa non è insolita; anzi. Lei dice così, lui dice cosà, questo o quella per me pari sono, dice di fatto spesso il Ctu; e il Giudice con lui.
Nel campo del diritto di famiglia, la prassi di istruire le Consulenze Tecniche d’Ufficio (CTU) risente ancora di profonde difformità procedurali e valutative. Questo genera frustrazione e accresce la conflittualità non solo tra i genitori, ma anche tra gli stessi avvocati e magistrati e, purtroppo, a volte tra consulenti. Anziché un contesto scientifico – culturale il campo diventa, campo di scontro. Tra professionisti non dovrebbe mai succedere, neppure tra avvocati ha senso che il legale di trasformi da soldato mercenario al soldo di una parte. Ma per i professionisti della salute ciò dovrebbe essere inibito dal ruolo e dalla competenza. Eppure succede.
Chi fa clinica sa che uno dei criteri per fare diagnosi di disturbo della personalità borderline è rilevare se nel gruppo operativo o tra i professionisti vi sia chi si schiera a favore di quel paziente che è inviso ad altri colleghi. Se entri in team di lavoro e assisti a contrapposizioni simili tra chi per professione si occupa di un paziente pensi subito che questo ultimo sia affetto da DPB.
Nelle Ctu, in certe Ctu, non in tutte per fortuna, succede che vi siano consulenti che interpretano gli esiti della Ctu stessa come una vittoria o una sconfitta personale e vivono e sentono le ragioni della parte che assistono come proprie. Vogliamo chiamarlo eccesso di identificazione? Potremmo chiamarlo anche rinuncia alla competenza professionale. Ma succede.
Tutto questo infuriare di scontri avviene tra adulti, avvocati, psicologi che così riproducono in ambito istituzionale quello che molti minori hanno vissuto tra le mura di casa, la violenza.
L’ingorgo metodologico più grave si registra sul tema della violenza domestica, definita dall’APA come ogni comportamento (fisico, sessuale, emotivo, economico o psicologico) finalizzato a mantenere il potere e il controllo su un congiunto. Davanti a questo fenomeno si assiste oggi a un approccio peritale scisso: da un lato la denuncia della condotta violenta, dall’altro la tendenza a considerarla irrilevante per la definizione delle competenze genitoriali nel civile, delegandone l’analisi esclusivamente alla giustizia penale.
In quanto professionista che ha coordinato i servizi per l’Età Evolutiva fin dagli anni ’70 e operato come esperto istituzionale, ritengo questa dicotomia clinicamente inaccettabile.
Sommario
- L’anamnesi peritale: il presente si comprende solo dal passato
- La mente sociale del bambino e l’ambiente di accudimento
- La memoria implicita: le ferite invisibili del neonato
- La critica ai mandati generici e alle simulazioni di gioco
- Conclusioni: una giustizia rispettosa dell’epigenetica infantile
1. L’anamnesi peritale: il presente si comprende solo dal passato
Sostenere che il giudice civile debba prescindere dal passato per guardare solo al futuro assetto della prole significa compromettere la validità della valutazione. Il presente oggetto di indagine nella CTU si comprende solo se si conosce la storia familiare.
Non si tratta di attribuire colpe o comminare pene – compiti che spettano al codice penale – ma di applicare il metodo clinico: come in ogni ambito della medicina, una corretta anamnesi è la base imprescindibile di qualsiasi seria diagnosi. Non può esistere una CTU valida ed utile che prescinda dall’analisi della storia e della violenza passata.
2. La mente sociale del bambino e l’ambiente di accudimento
Le neuroscienze moderne chiariscono che la mente umana è intrinsecamente sociale e relazionale. La nascita della mente è un processo evolutivo innescato dagli stimoli ambientali che agiscono sulle basi genetiche: l’ambiente influenza e modella l’organizzazione del cervello.
I bambini piccoli vivono il mondo attraverso i rapporti con i caregiver. Relazioni stabili, sicure e nutrienti forniscono un cuscinetto biologico contro i fattori di stress e permettono uno sviluppo sano del cervello, con ricadute che influenzeranno la salute dell’individuo anche in età adulta. Al contrario, l’esposizione alla violenza domestica intacca direttamente questo potenziale evolutivo.
3. La memoria implicita: le ferite invisibili del neonato
Gli studi neuroscientifici, pensiamo tra i tanti a quelli portati avanti ad Harvard, dimostrano che la violenza domestica assistita si traduce in una vera e propria patologia nel bambino, danneggiandone la biologia, la psicologia e la socialità.
Il rischio più grande si corre quando il minore è molto piccolo e non possiede ancora la capacità di produrre una memoria semantica (il racconto verbale) dei fatti.
Nella giustizia civile non si ricercano le prove testimoniali nel bambino, ma occorre rilevare le ferite della memoria implicita. Questa memoria profonda, non attingibile dal linguaggio, si deposita nei primi mesi di vita sotto forma di fragilità sinaptiche. Tali lesioni invisibili si attivano drammaticamente di fronte a segnali ambientali che a un osservatore esterno appaiono neutri o addirittura inesistenti, ma che per il minore esposto sono straordinariamente minacciosi.
Grazie alla plasticità cerebrale, le prime interazioni hanno il potere di modificare l’espressione stessa dei geni tramite processi di attivazione o inibizione (epigenetica). Il genitore che agisce condotte violente danneggia attivamente l’architettura cerebrale del figlio che vi assiste.
4. La critica ai mandati generici e alle simulazioni di gioco
Valutare una situazione di tale delicatezza richiede elevata formazione e tempi di indagine accurati per ricostruire l’eziopatogenesi della patologia familiare. Non basta l’osservazione di qualche interazione in una simulazione di gioco in stanza d’analisi per decretare la qualità delle competenze genitoriali.
Sarebbe auspicabile che la magistratura, nella formulazione dei quesiti peritali, evitasse mandati generici. I decreti dovrebbero esplicitare chiaramente gli oggetti di indagine, richiedendo espressamente che gli elementi di violenza domestica emersi negli atti o in udienza vengano approfonditi dal CTU nei lavori peritali.
5. Conclusioni: una giustizia rispettosa dell’epigenetica infantile
La violenza domestica può essere curata e superata, ma il primo passo consiste nel saperla riconoscere e confrontare senza infingimenti metodologici.
🔗 L’integrazione dei servizi: La tutela del minore in contesti di violenza richiede un welfare territoriale capace di fare rete, unendo la magistratura, i periti, la scuola e i servizi sociali. È la stessa logica di medicina comunitaria che ho approfondito nell’articolo sulla Salute Sociale e l’integrazione sociosanitaria. Oltre la mente e il corpo: perché dobbiamo introdurre la “Salute Sociale” nei servizi di cura
Solo ricostruendo con rigore scientifico il passato della famiglia possiamo aiutare la Giustizia a formulare un progetto esistenziale realmente rispettoso dei bisogni biologici e psicologici dei bambini.
Sei un professionista del diritto o della salute mentale e vuoi confrontarti sui protocolli di valutazione della violenza assistita? Lascia un commento, scrivimi.
(Citazioni: www.umbertonizzoli.it)

Umberto Nizzoli è Psicologo clinico e specialista in Psicoterapia. Già direttore Dipartimento aziendale salute mentale e dipendenze patologiche, Azienda Sanitaria di Reggio Emilia. Ha insegnato nelle università di Modena (Psichiatria e Neuropsichiatria Infantile), Padova (Psicologia), Bologna, (Scienze dell’Educazione). Ha diretto i Master sui Dca Regione Emilia-Romagna e Unitelma Sapienza. E’ stato presidente europeo di
ERIT, Federazione europea operatori tossicodipendenze, e di AED, Academy for Eating Disorders, e presidente Sisdca, società italiana per lo studio dei Dca. Attualmente insegna Psicobiologia del comportamento umano alla Università Salesiana-IPU. E’ presidente Aepea-sezione Italia (società di Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza). E’ iscritto all’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, N. 0560.
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