“Cerca di essere gentile…”


di Giorgio Maria Bressa e Chiara Viscardi

“Cerca di essere gentile…”.

Una raccomandazione ormai dimenticata che faceva parte del pacchetto educativo che si era soliti ricevere andando a casa di un amico, o si incontravano i parenti o si partecipava ad un incontro famigliare.

Abbiamo dimenticato quasi del tutto di ricercare e trovare nel nostro vocabolario emozionale una parola in nome della quale si festeggerà, per scelta dell’Unesco il “World Kindness Day”, il prossimo 13 novembre.

Cosa significa “essere gentili”, quale valore ha, a cosa serve e da dove viene?

La citazione obbligatoria, quella più recente viene dalla recente lettera enciclica di papa Francesco, che la propone cosi:

“La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dalla urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno ad essere felici”-

Queste parole possono essere prese in molti modi, a seconda di quanto la loro traduzione incida in senso religioso oppure sociale o umano. Ma la riflessione è una sola: i rapporti tra le persone si sono abituati a divenire sempre più superficiali perchà la cronofagia, l’urgenza del tempo richiede di individuare anche forme di linguaggio capaci di permettere la pronta ed  immediata risposta avviando verso una sintesi glottologica impossibile che faceva parte dei linguaggi arcaici basati sui soli fonemi. E quindi allora la comunicazione era sostanzialmente non verbale e i tratti identificativi consistevano nell’immediata comprensione e traduzione di quanto si voleva proporre ad un’altra persona. Con l’evoluzione evidentemente ci si è accorti che ciò non era sufficiente e che occorreva anche aggiungere una motivazione a quanto si comunicava: la società diventa gradualmente più complessa, ed un termine attuale come “like” o pollice sollevato non consentiva di capire quanto ci fosse di emozionale, di affettivo, oppure anche solo di “metacomunicativo”.

Gli studiosi di Darwin che hanno preso a cuore lo sviluppo evoluzionistico della gentilezza  hanno contestato che una società basata sulla vittoria del più adatto sia incapace di comprendere anche i modi morbidi, i toni che sono  garbati, la mimica empatica siano una sconfitta dell’adattamento e che, al contrario, l’adozione di  queste strategie siano servite a superare almeno in parte la conflittualità aperta, rissosa, troppo spesso infelice.

Superato lo scoglio di Darwin, che rimane un punto di riferimento per capire da dove veniamo e dove andiamo, ora si tratta di collocare questo termine ingombrante nello sviluppo etimologico, momento forte di ogni tentativo di comprensione del linguaggio.

I Romani utilizzavano il Termine “Gentili” per definire coloro che poiché appartenevano  ad una “Gens” erano quindi riconoscibili per il loro modo di fare, non erano barbari. In qualche modo quini si definiva anche un carattere di distinzione e di urbanità. Facile come nel corso di dieci secoli il termine assuma una prima netta differenziazione contribuendo anche a identificare un gruppo di poeti che usavano la parola per narrare di donne idealizzate e superiori con le quali si dialogava in modo “gentile”.

Non sappiamo altro sulle successive evoluzioni della parola ma siamo certi che ogni qualvolta la si usa si pronuncia con un sorriso e si vede lo stesso sorriso in chi la ascolta!

Esiste poi un’altra possibile via di accesso per nutrirci di gentilezza: quella del cervello e delle sue funzioni.

Da circa un decennio lo sviluppo delle neuroscienze ha comportato una contaminazione profonda della psicologia che gradualmente inizia a tener conto di quanto viene scoperto nel cervello.

Grandissima risonanza e fama hanno assunto le scoperte di alcun gruppi di ricercatori, anche italiani, che hanno individuato una precisa funzione cerebrale, raccolta nei “neuroni a specchio” i quali coordinano l’empatia , delicata ed indispensabile funzione che garantisce il rapporto gradevole tra le persone, lo sviluppo della compassione, dell’altruismo e della “pietas”, virtù suprema.

In questa sede è complesso decodificare un meccanismo complesso ma è sufficiente sapere che il nostro cervello svolge in piena autonomia la funzione di riconoscere ed imitare il comportamento altrui rendendoci capaci, grazie anche all’ormone ossitocina di saper stare “nei panni degli altri”. In altre parole, sembrerebbe che mentre osserviamo una persona che sta provando una emozione, sia essa positiva che negativa, i nostri neuroni specchio si attivano esattamente come se provassimo noi, nello stesso momento la stessa emozione. Ed è stato anche dimostrato come un influsso cognitivo stabile possa sospendere la loro attività o portarci all’imitazione di comportamenti “sbagliati”.

In un’epoca frastornata, in cui le impellenze a riformulare in modo rapido e funzionale le nostre esistenza e quelle degli altri viene facile pensare che la regola base cui affidarci sia quella cosiddetta della “riduzione del danno” ovvero come evitare di complicarci la vita.

In questa logica la consuetudine, l’esperienza e molti lavori scientifici di prestigio suggeriscono di restare in mezzo ad un prossimo troppo spesso  indifferente o frettoloso utilizzando, per una migliore efficacia e utilità una pratica molto semplice : essere gentili.

Cosa significa? Rispetto, empatia, cortesia, ascolto, tono della voce, e contenuti, atteggiamento non verbale, sorriso, apertura, senza pregiudizi e senza prevenzioni.

Basta pensare che tutto ciò è quanto ci suggerisce e consiglia da mille e mille anni il nostro cervello, che la sa lunga su come aiutarci a vivere e  anche a sopravvivere.

La gentilezza…

 

 

“Cerca di essere gentile…” ultima modifica: 2020-10-30T10:32:25+00:00 da Segreteria Ipu